Vivere sei mesi in Canada non è stato solo un viaggio, ma un cambiamento profondo. Quando sono arrivata a Langley, nella British Columbia, non conoscevo nessuno e tutto mi sembrava lontanissimo dalla mia vita in Italia, eppure, proprio da quella sensazione di spaesamento è iniziata una delle esperienze più importanti della mia vita.
All’età di diciassette anni ho deciso di partire per questa avventura, con due valigie e uno zaino, così è iniziato il mio viaggio verso il Canada; un tragitto interminabile, durato ventiquattro ore tra voli e autobus, per arrivare a destinazione.
Non sapevo cosa mi sarebbe aspettato dietro alla porta, ma ero curiosa di scoprirlo.
Le strade larghe, le case immerse nel verde e il silenzio erano completamente diversi da ciò a cui ero abituata… ma di certo non ha deluso le mie aspettative, un tipico paese americano, come quello che si vede nei film.
Sarò sincera, i primi giorni sono stati difficili. Era la prima volta che mi trovavo così lontana da casa, in un paese in cui conoscevo la lingua, ma non la comprendevo ancora davvero in ogni sua sfumatura. Anche le situazioni più semplici, all’inizio, potevano sembrare complicate e disorientanti.
Ad aiutarmi a superare questo momento di adattamento sono stati i corsi organizzati dalla scuola dove ho conosciuto molti ragazzi che si trovavano nella mia stessa situazione: lontani da casa, con le stesse insicurezze e le stesse difficoltà.
It’s much easier to stay at home in our comfort zones
than to break out and travel, but it’s better to pack and take that ariplane.
“Orologio a Gastown”
“Canada Place”
“Stanley park”
La mia vita alla Brookswood Secondary School
Le materie non sono quelle a cui siamo abituati, ma nemmeno lo è la disposizione oraria, infatti ogni mattina si fa l’appello in una classe che viene assegnata a inizio anno e poi si va nelle aule. Ogni alunno ha otto materie, ma se ne seguono quattro per giornata, che sono definite “blocchi” e che turnano in base alla settimana. In mezzo alle due lezioni c’è il “Flex”, che è la nostra ricreazione per intendere, durante la quale devi prenotarti in un’aula e puoi usare la mezz’ora a disposizione per sistemare i compiti o per porre domande ai professori, ma anche semplicemente passarla con gli amici.
Nei sei mesi in Canada ho imparato a suonare la chitarra e a modellare la pasta per la ceramica, oltre ad essere diventata una piccola chimica.
A scuola si trovano aule con i pesi, aule per falegnameria, meccanica, di recitazione, fotografia… e sono solo alcune delle tante scelte che la scuola mette a disposizione per coltivare le passini degli studenti, a cui si aggiungono i laboratori pomeridiani.
I canadesi prendono sul serio gli sport, che si effettuavano nella palestra con più classi, ma ognuno aveva il suo insegnante; mi è capitato anche di svolgere l’attività all’aperto, ma non come lo immaginiamo noi, l’ho fatto nei boschi, da vera canadese.
La scuola organizzava feste in grande, come quella per Halloween in un parco a tema o per Natale quando si sono vestiti a tema e gli insegnanti hanno accolto i ragazzi cantando le canzoni e suonando il pianoforte, ma anche per celebrare eventi meno eclatanti.
Durante i sei mesi lì sono capitati due eventi che non mi sarei mai aspettata di vivere: il primo c’è stata una forte tempesta che ha fatto saltare la corrente e ci ha chiusi a scuola per un po’ di ore, in città ha fatto diversi danni, tra cui ha sradicato il pier di White Rock. Il secondo evento è stato la prova di lock in caso di mass shootings, in quanto l’anno prima era capitato che un ragazzo fosse entrato a scuola armato; un’esperienza a cui decisamente non ero pronta e che mi ha turbata e mi ha fatto riflettere.
“BSS mascotte”
“Brookswood district”
Crescere lontana da casa
Ho dovuto imparare in fretta a gestirmi, a gestire i soldi e a relazionarmi con persone con una cultura e lingua diversa da me, non solo canadesi, ma anche con ragazzi provenienti dalla Cina, Corea, Brasile, Spagna, Germania…
La parte forse più difficile è stata vedere che gli altri andavano avanti senza di me, che vivevano una vita che poteva essere la mia, ma alla quale stavo partecipando da spettatore. Capodanno per esempio, quando i miei amici e la mia famiglia stavano festeggiando per me erano solo le 15:00 del pomeriggio, ma la cosa più difficile è stata festeggiare il Natale senza la mia famiglia, vederli tutti a tavola riuniti ed io mi trovavo a otto mila e cinquecento chilometri di distanza con nove ore di fuso orario.
Un ricordo di quel Natale che non dimenticherò mai è che quando i miei familiari mi hanno chiamata, i miei host parents mi hanno consegnato una scatola contenente i regali che dall’Italia mi erano stati spediti per festeggiare tutti assieme in videochiamata; mi ha fatto sentire meno sola e parte di una famiglia più grande.
Mi è stata fatta un’altra scatola di regalo, da parte dei miei genitori canadesi che ancora oggi conservo, tutta decorata con all’interno souvenir del Canada e disegni dei figli, per farmi capire che ormai facevo parte anche della loro famiglia. Devo infatti ringraziare la mia famiglia che mi è sempre stata vicina e la mia host family che mi ha fatto da seconda famiglia, una fortuna che pochi exchanged student possono dire di aver vissuto.
La famiglia ospitante è sempre stata presente, ogni sera ci si sedeva a tavola a parlare, non ci ha fatto mai mancare niente, ci portava alle gite come quella al Capilano Suspention Bridge, ci ha permesso di organizzare una festa di Halloween a casa e di festeggiare il Capodanno a Canada Place e grazie a loro ho anche tenuto in braccio un piccolo di canguro. Abbiamo legato così tanto che ancora oggi ci sentiamo, ci mandiamo regali e sono venuti persino a trovarmi in Italia.
Attimi che restano
Ma, più di tutto, sono i piccoli momenti quotidiani quelli che porterò sempre con me. Le risate a tavola dopo una giornata lunga, i pranzi a scuola condivisi con nuovi amici, i viaggi verso Vancouver, le uscite tra exchange student: attimi semplici, ma proprio per questo autentici. Sono quei momenti in cui, quasi senza accorgermene, ho iniziato a sentirmi meno lontana da casa e più parte di una nuova realtà.
Un posto speciale lo occupano anche le lezioni di inglese, senza dubbio il momento che aspettavo di più della settimana. Eravamo solo studenti internazionali e questo creava un ambiente unico, in cui nessuno si sentiva fuori posto. Tra attività di gruppo, conversazioni e risate, imparare diventava qualcosa di naturale e spontaneo. Non era solo una lezione, ma uno spazio di condivisione, in cui ognuno portava la propria storia e la propria cultura.
Ripensandoci, sono proprio questi momenti, grandi e piccoli, ad aver dato valore alla mia esperienza. Non solo le “grandi occasioni”, ma tutto ciò che le ha riempite nel quotidiano, trasformando sei mesi lontano da casa in qualcosa che mi porterò dentro per sempre.
Più di un semplice viaggio
Tornando in Italia ho capito che le distanze più importanti non sono quelle geografiche, ma quelle che si colmano attraverso la crescita personale. Ho imparato ad adattarmi, ad ascoltare, ad aprirmi a ciò che è diverso senza paura. Questa esperienza mi ha lasciato molto più di semplici ricordi: mi ha dato una nuova consapevolezza di me stessa e del mondo che mi circonda.
Oggi guardo a quei sei mesi come a un punto di svolta. Non sono tornata la stessa persona che era partita: porto con me nuove abitudini, nuovi pensieri e, soprattutto, una maggiore fiducia nelle mie capacità; è un cambiamento silenzioso, ma profondo, che continuerà a influenzarmi anche in futuro.
Ho capito che quando si intraprende un viaggio del genere si piange due volte:
quando si arriva e quando si parte.
